Ovvero sul  rapporto cut&paste che lega indissolubilmente il fenomeno pop più eclatante degli ultimi anni alla fu material girl (fenomeno pop più eclatante di sempre)

La faccenda diventa più intricata ad ogni nuovo video della Germanotta, che continuerebbe a “copiare” tutto da Madonna: dalle pose al trucco,passando per sfondi, ambientazioni e  coreografie…insomma, ci si mette d’impegno per far incazzare chi di fronte a certi riferimenti non può non avere la sensazione del déjà vu, con la differenza che noi sappiamo benissimo dove abbiamo già visto certe scene…

Ora, ci sono due punti interessanti per me: uno è il valore che entrambe le star hanno, aldilà dei rispettivi plagi ( pardon, citazioni). L’altro è come  percepiamo oggi le due divine (una icona della nostra infanzia/adolescenza, l’altra un’icona che attribuisco, forse erroneamente, agli adolescenti di oggi).

Da sopra Marylin, Madonna...

Questo gioco del prendere a mani basse e chiamarlo “citazione” l’ha inventato proprio Madonna, ed è una mia idea che noi, all’epoca tabulae rasae, prendevamo tutto come originale coltivando l’idolatria (e negli anni ’80 scivolare nel mito del mito era molto più facile…). Lady Gaga sarebbe dunque  la misura del nostro  invecchiamento,reificata nell’incapacità di far capire a un 20enne di oggi come sia tutto una copia in bassa risoluzione di Madonna (a sua volta  copia in bassa risoluzione di icone precedenti).

Forse varrebbe la pena dare a Gaga quel che è di Gaga, riconoscendole che è un’ottima performer, un editoriale di moda in 3D, e che la sua presenza scenica si intreccia più con cosplay*, cultura visiva di matrice japan, hot couture e, certo, immaginario pop. Ma anche glam.  Costantemente in posa, non c’è un momento in cui Lady Gaga non stia performando, in cui non  interpreti  il personaggio, e non mi sorprenderebbe se la ragazza smettesse presto di essere questa fame monster che è oggi, uccidendo il personaggio come Bowie fece con Ziggy ( il parallelo con Madonna non mi bastava…).

*grazie FabFabry

Perchè Cotte

14/06/2010

Mi domando cos’è che ci porti a vivere così, allo soglie o già a cavallo dei mitici trent’anni. Doveva essere il decennio in cui ce la saremmo spassata. Quello in cui non si è più così inesperti da fare cazzate, e lo stesso in cui ci si è finalmente costruiti uno straccio di posizione – sociale, economica – da cui distribuire biglietti da visita con l’occhio languido e spacciare i rimorchi per networking.

E invece no. A trent’anni suonati  siamo ancora i soliti cazzoni di dieci anni prima, senza l’entusiasmo e il vigore (per quanto mi riguarda) . Se a venti andava bene, ora relazioni senza senso – o meglio, assenza di relazioni – sesso ye ye, la vita in una stanza  e chi più ne ha, destabilizzano. E nessuno te lo dice:  tutti lo sanno, alcuni lo pensano pure.

E poi ci sono i diversi modi che uno ha to deal with it.  C’è chi a trent’anni scopre il sognatore che ha dentro, ed inizia a viaggiare, fare teatro, lasciare routine convenzionali in nome di qualcosa che si metterà a fuoco, misticamente, più in la. Altri scoprono che ricostruire su basi new age paga anche nella vita terrena: il cibo organic, il faire trade, i pilates. Ma anche il fruttarianesimo, il buddismo, o la cabala.  Quindi, l’eco-warrior  che è  in te. Tutto, pur di rinvigorire il senso di appartenenza.

In sostanza  quello che tutti cerchiamo, nell’età che doveva essere adulta e non lo è – se non per il fatto che non hai più diritto ad unoscontochesiauno – sono i punti di riferimento, che abbiamo smarrito da soli o che qualcuno ha ben nascosto per noi.

Giocare alla vita con la vita, frutti maturi costretti a errare sulla via dell’adolescenza fino a trovare una via per scendere dall’albero, poggiando su un terreno più solido. Ed è di nuovo tempo delle mele. Cotte, stavolta.

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